Associazione Culturale LA GINESTRA


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Seccheto

Seccheto
La zona di Cavoli, Seccheto e Fetovaia vanta una storia antichissima, numerose sono le testimonianze rimaste sul territorio; le lastre di granito erette nelle pietraie e le tombe a cassetta ritrovate nell’area del Piano alle Sughere sopra Fetovaia che rimandano a popolazioni lontane, i resti della fusione del ferro e della cottura dei vasi in terracotta lasciati dagli Etruschi, le grandi colonne e manufatti di granito abbandonati prima dai Romani, e poi dai Pisani durante il medioevo. L’isola è sempre stata sfruttata per i suoi minerali e per le sue pietre, in particolare ferro e granito, pregiata pietra ornamentale da costruzione.

I Romani furono all’Elba per oltre sette secoli, dal 250 a.C. al tardo impero, e sfruttarono abbondantemente questa zona, aprendo cave a Vallebuia e Cavoli. Qui furono lavorate numerose colonne granitiche destinate ai monumenti di Roma, di cui sette si trovano nel portico del Pantheon, e numerose giacciono abbandonate sopra Cavoli e Vallebuia perché difettate o imperfette, o perché scivolate durante il trasporto a valle in qualche luogo in cui fu impossibile il recupero, oppure cadute in mare nelle aree di carico.

Anticamente gli insediamenti urbani erano situati in alto, lontano dalle coste, ma lo sfruttamento delle cave di granito, trasformò Cavoli e Seccheto in porti di carico di blocchi e manufatti, rimasti pressoché attivi fino a dopo la seconda guerra mondiale. Dopo i Romani l’isola intorno al VI secolo passò sotto il dominio Bizantino, e dopo un lungo periodo di invasioni ai Franchi. Nogerat e Nolten sostengono che diciotto grandi colonne della cattedrale di Aquisgrana provengono dall’area di Seccheto, portate al tempo dell’Imperatore Costantino a Colonia e di là ad Aquisgnana da Carlo Magno.

Successivamente l’isola fu di proprietà della Chiesa, e in questo periodo subì diverse invasioni da parte dei saraceni. Nell’ 874 vennero sconfitti nei mari dell’arcipelago dalla potenza toscana, la Chiesa decise allora di affidarle una sorta di protettorato sulle isole, che si sarebbe poi tradotta in una sovranità diretta.

I pisani controllarono l’Elba dal XI al XIV secolo, e interessati alle sue risorse fecero riaprire le cave di granito. Nelle chiese costruite a Pisa durante questo periodo il granito elbano è molto presente, anche all’interno del Duomo, con ben ventiquattro grandi colonne nella navata centrale e altre quattordici di dimensioni minori. Oltre a lavorarne di proprie, i pisani usarono anche colonne che erano state abbandonate presso le cave durante il periodo romano.

A decretare la fine del controllo pisano ci fu una lunga contesa con Genova, l’isola nel XIV secolo passò sotto il controllo degli Appiani signori di Piombino, e dopo a diverse invasioni da parte della pirateria turca e araba, ci fu l’avvento del Medici. Sotto di loro vengono commissionati diversi lavori in granito per le chiese e i monumenti di Firenze, come un grandissimo monolite fatto condurre dal duca Cosimo, per la realizzazione di una vasca che ora si trova nel giardino di Boboli..

Poi il dominio passò tra Inghilterra e Francia, fino all’arrivo dell’esiliato Napoleone nel 1814. In questo intricato susseguirsi di vicende storiche, le cave hanno continuato a lavorare, seppur con qualche interruzione fino ai giorni nostri.

Fino al 1918 gli scalpellini lavorarono sotto una ditta tedesca di proprietà degli Zimmer, che avevano impiantato a Cavoli e Seccheto una fiorente industria del granito. I pezzi venivano portati fino al mare su delle rotaie e qui caricati grazie ad una specie di argano detto “pick”, lungo la costa se ne potevano vedere diversi. Quando i tedeschi persero la guerra del 15-18 anche gli Zimmer finirono la loro attività all’Elba. Tutto passò in mano all’Associazione Combattenti e Reduci e in parte all’avvocato Piero Mellini di Firenze, che riavviò nuovamente l’industria del granito. Costruì anche una moderna centrale che facilitò il lavoro nelle cave e portò la luce elettrica anche a Seccheto, quando ancora non esisteva la strada che lo collegava a Marina di Campo. In seguito fu istituita una cooperativa per il granito ancora attiva.

Oltre a questo, grande è sempre stata anche la tradizione agricola, i rilievi intorno a Vallebuia erano coperti da centinaia di terrazzamenti sapientemente costruiti per la coltivazione del vino, ma anche di altri prodotti..


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